Capitolo 3: ll cambio di settore

Il 30 maggio ho iniziato a lavorare nel settore cucina, come addetto al mulino per la preparazione del pane e della pizza. L’annuncio è arrivato durante il pranzo e, anche se me lo aspettavo, ha segnato l’inizio di una fase diversa del mio percorso. In comunità si respirava un clima teso: alcuni ospiti, soprattutto quelli in alternativa al carcere, esercitavano una forma di bullismo e arroganza che generava soggezione e disagio.

Il 3 giugno è arrivata la mia prima uscita. Avrei voluto concedermi una birra artigianale, ma ho dovuto firmare un contratto impegnandomi a non assumere alcolici. Non riuscivo a comprendere perché non potessi permettermi un piacere che, per me, non rappresentava una dipendenza. Al rientro, però, quella boccata d’aria mi ha fatto stare meglio.

Dopo i primi giorni in cucina ho iniziato a sentirmi di troppo. Il gruppo era molto affiatato, mentre io restavo spesso in disparte. Dal punto di vista terapeutico e sociale, il settore non mi aiutava: avevo meno occasioni di confronto con la psicologa, con lo psichiatra del SerD e con gli operatori. Tutto questo mi portava ad accumulare rabbia senza riuscire a esprimerla.

La cucina era considerata il settore più impegnativo, anche a livello emotivo. Durante i gruppi dedicati sono emerse tensioni forti. Per me la cucina aveva un valore terapeutico, non lavorativo, ma questa visione non era condivisa da tutti. Alcuni atteggiamenti provocatori e giudicanti mi facevano stare male e minavano la mia autostima.

Nel frattempo continuavano episodi di uso di sostanze, furti, pettegolezzi e relazioni nascoste. La comunità era un ambiente chiuso, dove il gossip circolava rapidamente e dove le regole sembravano applicate in modo non sempre coerente.

Nonostante tutto, iniziavo a riconoscere dei cambiamenti interiori. Nei colloqui con la psicologa ho lavorato sulla visione negativa che avevo di me stesso, cercando di spostare l’attenzione da “non sono io sbagliato” a “non sono corrette le soluzioni che scelgo”. Anche gli operatori iniziavano a notare miglioramenti nella gestione delle situazioni e nel controllo delle reazioni impulsive.

Le difficoltà relazionali restavano però centrali, soprattutto in cucina. Evitavo spesso il confronto diretto, rifugiandomi nel silenzio o nel sarcasmo. Questo comportamento mi portava a vivere disagio, insicurezza e paura del giudizio, emozioni che ho iniziato a riconoscere e annotare nel diario.

Con il passare delle settimane il clima in cucina è cambiato ancora. Nuovi ingressi, nuove dinamiche, nuovi conflitti. Gestire il settore era a volte appagante, altre profondamente stressante. Anche episodi apparentemente insignificanti venivano usati come esempio delle mie difficoltà nel farmi rispettare.

Luglio ha portato le prime uscite in famiglia. Fuori dalla comunità mi sono reso conto di quanto la bolla protettiva mi avesse, in quel momento, semplificato la vita. Al rientro, però, sono stato accolto con affetto e nostalgia, come se non me ne fossi mai andato.

Con il tempo sono stato promosso chef, a seguito dell’uscita dal settore di chi ricopriva quel ruolo prima di me. Questo cambiamento ha aumentato responsabilità e pressioni, ma ha anche confermato quanto il lavoro in comunità potesse essere una vera palestra emotiva.

La cucina, più di ogni altro settore, mi ha costretto a confrontarmi con i miei limiti: la difficoltà nel gestire i conflitti, nel dire no, nel farmi rispettare senza chiudermi o attaccare. Un passaggio faticoso, ma fondamentale nel mio percorso.

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Capitolo 2: Un luogo di sofferenza

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Capitolo 4: La ricaduta