Capitolo 2: Un luogo di sofferenza

Il 2 maggio, dopo un’uscita al cinema accompagnati da un operatore, il rientro in comunità è stato improvviso e destabilizzante. Una sensazione simile a un attacco d’ansia, una forma di claustrofobia emotiva. È stato in quel momento che ho iniziato a percepire la comunità non più solo come un luogo strutturato, ma come un posto deprimente in cui vivere.

Il tempo libero era scarso e ripetitivo: leggere, ascoltare musica, guardare la televisione. Per reagire a questa staticità, io e Dragan abbiamo provato a proporre attività per gli ospiti. Il confronto con gli operatori è stato netto: le attività dovevano essere terapeutiche, non ludiche. Giochi, sport o momenti ricreativi venivano considerati secondari o addirittura fuori luogo. Le richieste presentate all’equipe hanno sempre ricevuto un rifiuto, spesso accompagnato da risposte fredde o sarcastiche.

Durante un colloquio, Michele mi ha detto chiaramente che la comunità è “un luogo di sofferenza”. Non un posto in cui stare bene, ma uno spazio in cui fermarsi, affrontare il disagio e smettere di riempire il vuoto con il fare continuo. Mi è stato fatto notare che parlavo troppo al plurale, che cercavo di salvare gli altri invece di concentrarmi su me stesso. Dovevo diventare più egoista, più centrato, perché le dinamiche tra ospiti erano spesso incoerenti e ambigue.

La verità era che la motivazione stava diminuendo. Mi sentivo mentalmente e fisicamente stanco. Sapere che le statistiche parlano di un’alta percentuale di ricadute dopo l’uscita non aiutava. In comunità, il peso della dipendenza si manifestava anche attraverso le storie di chi non ce l’aveva fatta. Le fotografie di ospiti deceduti, le vite di strada, i corpi segnati dall’uso di sostanze rendevano impossibile restare indifferenti.

Le notizie di morte erano frequenti. Ricordo il giorno in cui ci è stato comunicato il decesso di una ragazza che era stata ospite poco tempo prima. Per chi aveva condiviso la stanza con lei, il dolore era evidente. Queste informazioni entravano nella quotidianità senza filtri, aggiungendo un carico emotivo costante.

In terapia ho iniziato a riflettere sui pensieri legati al gioco, riconoscendo quanto fossero più facili da gestire rispetto a quelli nuovi e sconosciuti. Il gioco faceva parte di un mondo già noto. Cambiare significava affrontare l’ignoto, ma anche imparare a gestire la rabbia, che spesso si manifestava sotto forma di provocazioni mascherate da scherzi.

Il desiderio di uscire, di prendere aria, di parlare con qualcuno fuori dalla comunità, si scontrava con il timore di riattivare i soliti meccanismi disfunzionali. Quando ho ammesso apertamente questo bisogno, mi è stato detto che non ero stato del tutto trasparente. È stato un colpo difficile da accettare.

Il 26 maggio un evento ha scosso la comunità: Dragan ha introdotto cannabis all’interno della struttura, coinvolgendo altri ospiti. I test hanno portato alla sua dimissione. È stato un momento di rabbia e disillusione. Chi parlava di comunità e condivisione aveva infranto una delle regole fondamentali. Eppure, nonostante tutto, la sua assenza mi ha lasciato un vuoto.

Quello che mi faceva stare peggio era la disparità di trattamento. Alcuni trasgredivano apertamente le regole senza conseguenze immediate, mentre io mi sentivo soffocare per un’uscita negata. Furti, sesso, sigarette, cellulari nascosti: la rigidità sembrava colpire in modo selettivo.

Dopo mesi di permanenza, la domanda diventava inevitabile: che senso aveva restare? Stavo davvero migliorando o stavo solo resistendo? La risposta non era chiara. L’unica certezza era che restare significava continuare a lavorare su me stesso, anche quando tutto sembrava inutile.

Il 29 maggio è arrivata finalmente l’approvazione per un’uscita giornaliera e per una settimana a luglio. Non era una vittoria, ma un primo piccolo passo. Un segnale che, nonostante la sofferenza, qualcosa stava iniziando a muoversi.

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Capitolo 3: ll cambio di settore