Capitolo 1: Il compitino
Il mio ingresso in comunità terapeutica è avvenuto il 23 marzo. Fin dai primi giorni mi sono adattato con apparente facilità alla vita sociale e al rispetto delle regole. L’ambientamento iniziale mi ha permesso di conoscere gli altri ospiti, di osservare le dinamiche interne e di comprendere rapidamente quanto il rispetto delle norme fosse centrale per evitare sanzioni e conflitti.
Sono stato inserito nel settore del verde, un’attività che mi ha messo subito a confronto con la fatica fisica e con storie di vita complesse. Parallelamente, emergevano racconti negativi sulla comunità da parte di chi aveva già vissuto altre esperienze simili, alimentando dubbi e confronti continui.
La mia iperattività mentale mi spingeva a non fermarmi mai. Quando lo sport non era disponibile, i tempi morti diventavano difficili da gestire e l’accelerazione dei pensieri finiva per compromettere il sonno, uno degli obiettivi principali del percorso. In questo clima, il nervosismo era diffuso e il gossip diventava una forma di sfogo, mentre anche una battuta fuori luogo poteva trasformarsi in una punizione.
Un episodio emblematico è stato il rifiuto, da parte dell’equipe*, di una mia richiesta apparentemente banale: due caramelle al giorno. Quel diniego ha rappresentato uno dei primi momenti di frustrazione reale, portandomi a interrogarmi sul senso delle regole e sul loro ruolo nel mantenere l’ordine e prevenire il caos.
Con il passare dei giorni sono emerse le prime difficoltà emotive, soprattutto nel confronto con ospiti affetti da disturbi psichiatrici. Di fronte agli sbalzi d’umore e alla sofferenza altrui, tendevo a chiudermi, a costruire una barriera emotiva per proteggermi, assorbendo però tensioni e ansie.
Ascoltare le storie di chi lottava contro la dipendenza da alcol mi ha permesso di comprendere quanto l’astinenza possa essere devastante e totalizzante. In comunità, però, emergeva anche un altro meccanismo tipico delle dipendenze: la tendenza a colpevolizzare gli altri, evitando di assumersi le proprie responsabilità. Un atteggiamento che riconoscevo anche in me stesso.
Dopo quasi un mese, il mio operatore Michele mi ha indicato tre obiettivi fondamentali: stabilità, tranquillità e serenità. La stabilità iniziava a manifestarsi grazie a ritmi regolari e a un’alimentazione più equilibrata. La tranquillità richiedeva una decelerazione dei pensieri, mentre la serenità restava fragile, minata dalla negatività e dalle difficoltà quotidiane.
Nonostante il contesto complesso, questo periodo ha iniziato a produrre piccoli cambiamenti. Il lavoro, i laboratori, le attività in cucina e persino il karaoke hanno messo in luce capacità che credevo di aver perso. Per brevi momenti, il pessimismo lasciava spazio a una domanda nuova: forse non ero del tutto da buttare.
Il primo incontro con il SerD territoriale ha evidenziato una difficoltà centrale: tendevo ad assorbire le emozioni degli altri e a reprimere la rabbia. Proprio il giorno successivo, durante una partita di calcio, sono riuscito finalmente a esprimerla apertamente. Un episodio semplice, ma significativo.
Per la prima volta, la rabbia non restava chiusa dentro.
*L'equipe in una comunità terapeutica è un gruppo multidisciplinare di professionisti (psicologi, educatori, psichiatri, infermieri, ecc.) che collaborano strettamente per creare e attuare percorsi terapeutici personalizzati e integrati per gli ospiti,
