Introduzione
Entrare in una comunità terapeutica non significa soltanto iniziare un percorso di cura, ma accettare una trasformazione radicale della propria quotidianità. Prima ancora di raccontare la mia esperienza personale, sento il bisogno di spiegare come funzionava la struttura che mi ha ospitato, perché nessuna comunità è uguale a un’altra.
La comunità in cui ho svolto il mio percorso era orientata al cambiamento e al reinserimento sociale, attraverso programmi di riabilitazione dedicati alla dipendenza patologica e all’abuso di alcol, spesso accompagnati da disturbi psichici. La durata del percorso variava dai sei ai diciotto mesi, con una residenzialità più breve per alcuni casi specifici.
La vita quotidiana era scandita da orari rigorosi, turni di lavoro interni, gruppi terapeutici, colloqui individuali e momenti ricreativi. Nulla era lasciato al caso: dalla gestione delle sigarette all’uso dei farmaci, dall’accesso agli spazi comuni fino ai contatti con il mondo esterno. Il cellulare era vietato, così come qualsiasi tecnologia moderna; le comunicazioni erano limitate a telefonate concordate e lettere controllate.
Questo sistema di regole aveva una funzione precisa: contenere l’ansia, ridurre l’impulsività e ricostruire una routine, elementi fondamentali per chi arriva da una dipendenza come il gioco d’azzardo patologico*, dove il controllo è spesso completamente compromesso.
Durante il percorso, gli strumenti terapeutici includevano gruppi settimanali gestiti da psicoterapeuti, colloqui individuali, supporto psicologico e, quando necessario, terapia farmacologica. Ogni ospite era inserito in un settore lavorativo, con incarichi a rotazione pensati per favorire responsabilità, collaborazione e cura di sé.
Uno degli aspetti più complessi era la gestione del tempo e della noia, una presenza costante in comunità. L’assenza di stimoli immediati portava spesso a cercare piccole forme di gratificazione sostitutiva, come zuccheri o caffeina. Non si trattava di punizioni, ma di un tentativo di interrompere il meccanismo tipico della dipendenza: sostituire un comportamento compulsivo con un altro.
Questa parte del mio racconto nasce da un diario quotidiano, inizialmente freddo e razionale, fatto di eventi e nomi. Solo con il passare del tempo e grazie al lavoro degli operatori ho iniziato a riconoscere e raccontare i miei vissuti emotivi. Non è stato un processo lineare. Anzi, una fase particolarmente intensa ha finito per compromettere la mia stabilità emotiva, portandomi ad abbandonare il programma dopo undici mesi.
Ho scelto di raccontare la vita in comunità non solo per descrivere ciò che ho vissuto, ma anche per offrire uno sguardo concreto a chi si chiede cosa significhi davvero affrontare un percorso terapeutico residenziale. Le regole, la rigidità, la noia e il controllo non sono dettagli marginali: sono parte integrante del processo di cura.
*Giocatore patologico: il gioco d'azzardo rappresenta una forma di dipendenza che induce il soggetto ad avvertire una necessità imperante di giocare, e il desiderio irrefrenabile di voler recuperare il denaro perduto, che lo porta a perdere la percezione sia del tempo che del denaro impiegato nel gioco. Giocare denaro diventa il centro di interesse esclusivo della propria esistenza. La dipendenza da gioco comporta dei costi non solo relativi alla salute del giocatore, ma anche al coinvolgimento dell'ambito familiare, lavorativo e sociale.
