Psicologi
Indipendentemente dalla patologia, il primo vero passo verso la guarigione è chiedere aiuto. Nel caso del gioco d’azzardo patologico*, però, c’è uno step preliminare ancora più difficile: riconoscere il problema. Senza questo passaggio, qualsiasi forma di aiuto resta superficiale.
Nel mio percorso da ludopatico, ho collezionato numerosi tentativi falliti. Credevo di potercela fare da solo, e ogni caduta non faceva altro che spingermi più in basso. Quando si tocca il fondo, si pensa che peggio non possa andare. In realtà, si può sempre scavare.
Nel 2017 ho riconosciuto per la prima volta il problema, ma non ero pronto a farmi aiutare davvero. Non parlo dell’aiuto economico: quello allevia momentaneamente l’ansia da recupero, ma non cambia nulla. Serve solo a guadagnare tempo prima della prossima giocata.
Nel 2019 mi sono rivolto al SerD, convinto che fosse il momento giusto. In realtà non lo era. Lo psichiatra mi avrebbe seguito solo a condizione di coinvolgere la famiglia e cedere la gestione economica. Lo psicologo accettò di vedermi, ma riteneva inutile lavorare senza quei presupposti. Aveva ragione. I nostri incontri erano vuoti e io, non sentendomi a mio agio, mentivo ancora sul gioco.
L’esperienza successiva l’ho vissuta quando mi sono trasferito da mio fratello a Speranzopoli. Con quella psicologa si era creata una discreta sintonia, ma la convivenza familiare monopolizzava le sedute. Anche lì mentivo sul gioco, minimizzando. Nonostante questo, è stata la prima volta in cui sono riuscito a scalfire la superficie delle mie emozioni, portando finalmente l’attenzione sulle dinamiche familiari.
In parallelo continuavo il percorso con la psichiatra, focalizzato sul disturbo ansioso-depressivo e sulla terapia farmacologica. Dopo vari tentativi siamo riusciti a trovare un equilibrio minimo: il sonno restava disturbato, ma non ero più completamente in balia dell’insonnia.
Rientrato a Perdilandia, prima dell’ingresso in comunità, ho rivisto lo psichiatra del 2019. Le sensazioni negative non erano cambiate, ma sarebbe stato lui a seguire la terapia anche in comunità, essendo il percorso legato al SerD locale.
In comunità il lunedì era dedicato agli incontri con lo psicologo. Ce n’erano due. Ho iniziato un percorso con la psicologa, vissuto con sentimenti contrastanti. Troppo formale per i miei gusti, spesso assente, tempi ridotti. Eravamo in tanti e le sedute potevano durare dieci minuti come quaranta. Mi aspettavo di più, e probabilmente anche per questo ne sono rimasto deluso.
Il lavoro più efficace, paradossalmente, è arrivato dall’integrazione tra operatori e psicologi. Non essendoci un programma specifico per la ludopatia, ero inserito nel progetto sobrietà. Il responsabile, uno psicologo, mi ha colpito positivamente: aveva una capacità rara di leggere tra le righe. A volte bastava il tempo di una sigaretta per sbloccare qualcosa.
Attraverso esercizi come il diario delle emozioni, la linea temporale degli eventi e delle ricadute, l’analisi del rapporto con il corpo e con il cibo, sono emersi aspetti che avevo sempre ignorato: disturbo alimentare, difficoltà relazionali, rifiuto del corpo, passività aggressiva, ansia e depressione.
Uscito dalla comunità ero convinto di proseguire il percorso al SerD, ma la carenza di personale ha reso impossibile fissare un appuntamento a breve. È uno dei limiti della sanità pubblica.
Ho quindi contattato lo psicologo che lavorava in comunità, che ha accettato di seguirmi privatamente. Il suo approccio, di stampo reichiano, è completamente diverso. Non parte dalla storia clinica, ma dagli obiettivi della seduta e dalle emozioni del presente.
Durante una seduta ho parlato del mio rapporto con il corpo in modo freddo, distaccato. Lui mi ha poi confessato di essersi commosso ascoltandomi. Io no. Ed è forse questo il nodo centrale: ho imparato a raccontare il dolore senza sentirlo.
Non so se questa terapia funzionerà. So però che parlare liberamente mi fa uscire un po’ più leggero. E per uno che ha passato una vita a chiudere tutto dentro, non è poco.
La terapia non è necessaria per tutti. Nei gruppi di auto-mutuo aiuto lo vedo spesso. Ognuno deve trovare la propria strada.
Per me, dopo quarant’anni di silenzi emotivi, è forse l’unico modo per provare a tirare fuori quel fiume rimasto troppo a lungo sotterraneo.
Solo il tempo dirà se porterà dove spero.
*Giocatore patologico: il gioco d'azzardo rappresenta una forma di dipendenza che induce il soggetto ad avvertire una necessità imperante di giocare, e il desiderio irrefrenabile di voler recuperare il denaro perduto, che lo porta a perdere la percezione sia del tempo che del denaro impiegato nel gioco. Giocare denaro diventa il centro di interesse esclusivo della propria esistenza. La dipendenza da gioco comporta dei costi non solo relativi alla salute del giocatore, ma anche al coinvolgimento dell'ambito familiare, lavorativo e sociale.
