Il territorio

Il gioco d’azzardo riesce a infilarsi ovunque, anche nei luoghi in cui viviamo.
Non resta confinato a uno schermo o a una sala giochi: si lega agli spazi, alle strade, alle città. Questa pagina nasce proprio per raccontare quanto il territorio possa diventare parte integrante della dipendenza.

Ho sempre avuto una natura da giramondo. Vivere in posti diversi è stato per me un bisogno più che una fuga. Credo che solo restando in un luogo per mesi, o anni, si possa coglierne davvero l’essenza. Questo mio modo di essere mi ha regalato una mentalità aperta e una continua voglia di cambiamento.

Sono cresciuto a Radici, poi mi sono spostato per l’università, ho vissuto un anno in Spagna con l’Erasmus, sono tornato e ripartito per un tirocinio, poi a Perdilandia per la laurea magistrale. Prima di laurearmi ho passato due mesi in Irlanda. Dopo, nel 2013, un ultimo soggiorno all’estero, quando avevo ancora aspettative positive sulla vita.

A eccezione dell’infanzia e dell’adolescenza, non sono mai rimasto a lungo nello stesso posto. Dopo qualche anno, la sedentarietà iniziava a pesarmi. Il mio umore ne risentiva e sentivo il bisogno di nuove sfide, nuovi stimoli.

Poi il gioco d’azzardo ha cambiato tutto.

Il lavoro, i debiti e l’uso illecito del conto aziendale mi hanno incatenato. Non potevo più muovermi. Dovevo restare, guadagnare, ripagare il debito. Poi giocavo. E dovevo ripagare di nuovo. Un ciclo che si è trascinato fino al 2022, quando ho deciso di intraprendere il percorso che mi ha portato in comunità terapeutica.

Quell’esperienza, in un certo senso, l’ho vissuta come un altro “anno all’estero”: un ambiente protetto, separato dalla quotidianità, in cui non potevo uscire liberamente. Un luogo diverso, ma non scelto.

Prima di trasferirmi in comunità ho vissuto per alcuni mesi da mio fratello Alessandro a Speranzopoli dove ho frequentato il SerD locale e per la prima volta i gruppi AMA.

Questo perché avevo sviluppato una forte avversione per Perdilandia. Non era colpa sua, ma la associavo a tutto ciò che avevo vissuto con la ludopatia. Ogni angolo mi riportava a ricordi difficili. Dovevo andarmene via il prima possibile.

Ne ho parlato con i terapeuti. Mi hanno detto che era comprensibile, ma che scappare non avrebbe risolto nulla. Per loro si trattava di una fuga. Per me, invece, era sempre stato un bisogno di cambiamento. Due letture diverse dello stesso impulso.

Nel corso della mia vita ho cambiato moltissimi appartamenti, a volte anche uno all’anno. Se avessi potuto permettermelo, probabilmente avrei cambiato anche auto spesso. Tornare oggi nello stesso appartamento, dopo l’atmosfera protetta della comunità, è psicologicamente difficile. La voglia di cambiamento è ancora lì, ma bloccata.

So bene che non è il luogo a dover cambiare, ma io: pensieri, emozioni, benessere psicofisico. Eppure non è semplice. A volte ho la sensazione di essere tornato alla vita di sempre, quella che mi ha portato all’insoddisfazione.

Ho modificato alcune abitudini: lavoro da dipendente, ritmi più regolari, palestra, pilates, calcetto.
Ma frequento ancora le stesse persone, negli stessi contesti. E questo rende difficile un vero cambio di rotta.

Come potrei ricominciare davvero?
Sono appena uscito da una comunità e convivo ancora con una dipendenza. La mia forza di volontà non è ancora abbastanza solida. L’odio verso Perdilandia si è attenuato, ma i ricordi sono ancora vivi. Il recupero è appena iniziato.

Forse, prima o poi, dovrò trovare il coraggio di andare via.
Non per fuggire.
Ma per ricostruire una vita che valga davvero la pena di essere vissuta.

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