La vita sociale: chi sa

La ludopatia ha compromesso profondamente la mia vita sociale.
Anche quando il gioco monopolizzava ogni spazio, sentivo il bisogno di confidarmi con qualcuno. Per quattro anni, però, ho tenuto tutto nascosto, convincendomi che non fosse nulla di serio, che fosse sotto controllo.

Quando ho finalmente realizzato la gravità del problema, sono riuscito a coinvolgere alcuni amici e mio fratello Luca. Liberarmi di quel peso è stato fondamentale: per alcuni mesi sono riuscito persino a smettere di giocare.

Eppure, anche dopo la confessione, il gioco è rimasto un argomento quasi proibito. Nessuno ne parlava. Dopo qualche informazione al SerD, l’attenzione è svanita. I miei amici pensavano che bastasse chiudere gli account. Mio fratello era convinto che il problema fosse risolto.
Magari fosse stato così semplice.

Per molto tempo li ho colpevolizzati. Mi chiedevo perché nessuno mi chiedesse come stavo davvero, come stava andando la mia lotta contro il demone. Oggi so che anche per loro era difficile affrontare qualcosa che non conoscevano. Davanti all’ignoto, spesso si preferisce fare finta che non esista.

Quando mi sono confidato con il capo di una realtà per cui lavoravo e che ho coinvolto nel gioco, ho trovato comprensione. Aveva già conosciuto la ludopatia in famiglia.
Quando ho scoperto che Mauro stava vivendo lo stesso incubo, è successo qualcosa di diverso: ci capivamo senza spiegare troppo.

Con il tempo ho conosciuto molte persone che sono entrate nei meandri più bui della mia storia. Le reazioni, di solito, sono due.

La prima è lo stupore. Persone che non avrebbero mai immaginato un lato simile in me. Faticano a parlarne, evitano l’argomento, raramente chiedono come sto o se sto giocando ancora. Anche se mi sono vicine. Non è cattiveria: è ignoranza nel senso letterale, mancanza di strumenti.

La seconda reazione è la consapevolezza. Sono persone che avevano già intuito che qualcosa non andasse: nervosismo, isolamento, cambiamenti di umore. Spesso hanno vissuto una dipendenza, propria o altrui.
È il caso di Mauro, o delle persone incontrate nei gruppi di auto-mutuo aiuto.

Nei gruppi AMA succede qualcosa di strano e potente. Anche se ci si conosce da poco, emergono subito enormi punti in comune: pensieri, reazioni, comportamenti. A volte mi sono sentito più compreso da uno sconosciuto che da amici di lunga data o da alcuni specialisti.

Tra giocatori d’azzardo c’è una sintonia particolare. Condividiamo la stessa “sostanza”.
Poco prima di trasferirmi per qualche mese da mio fratello Alessandro, ho conosciuto un ragazzo con gravi problemi di dipendenza. Un aperitivo, due storie, stessi pensieri. Ognuno poi ha fatto scelte diverse: lui un percorso sulle sostanze, io la comunità.

Nei gruppi ci si aiuta, ma non sempre è facile. A volte si condivide solo il lato negativo della vita. Il gruppo che frequento ora ha un moderatore straordinario: ha vissuto la ludopatia, è passato dalla comunità ed è uscito dal baratro. In lui vedo un esempio concreto.

Con gli amici storici, invece, l’argomento resta spesso un tabù. Ogni tanto si scherza, si sdrammatizza, ma raramente si entra davvero nel tema.
Quello che mi manca di più è il confronto con Mauro. Con lui c’era una sintonia rara. Ci capivamo, ci aiutavamo, eravamo lo psicologo l’uno dell’altro. In quei momenti il gioco perdeva forza.

La sua vita ha preso una piega positiva, con una compagna, un bimbo e un nuovo appartamento. La mia è ancora in costruzione. Le nostre strade si sono separate e mi mancano quei messaggi, quelle telefonate, quella condivisione profonda.

Negli anni ho riflettuto molto anche sulle amicizie tossiche. Essere una persona negativa e legarsi a chi condivide lo stesso sguardo cupo rende il rapporto esplosivo. Prima della comunità ho chiuso una di queste amicizie. Non è stato semplice, ma necessario.

Ci sono state anche esperienze dolorose, conflitti, silenzi, incomprensioni. Tante notti passate a rimuginare, a preparare discorsi mai fatti. E cosa facevo, alla fine? Giocavo.

Fortunatamente esistono anche relazioni che salvano. Nel 2022 mi sono confidato con un amico delle superiori, una persona solare e positiva. Non ha mai davvero capito la ludopatia, ma la sua leggerezza mi aiuta. Con lui posso essere me stesso senza pesantezza.

Oggi cerco di vivere la vita sociale con più consapevolezza. Riconosco prima quando sto per ricadere in certi atteggiamenti. Con chi conosce la patologia riesco persino a sdrammatizzare.

Scrivevo spesso “depre” su WhatsApp, quasi per scherzo. All’inizio mi dicevano che esageravo. Poi la sindrome ansioso-depressiva è stata riconosciuta ufficialmente.

Quella parola, forse, non era poi così fuori luogo.

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