La vita sociale: chi non sa

Gestire i rapporti sociali con chi non conosce la mia situazione è complesso.
Non è solo una questione di segreti, ma di equilibrio. Con molte persone, soprattutto in ambito lavorativo, ho costruito relazioni leggere, superficiali. Si parlava di lavoro, di stress quotidiano, si scherzava sui colleghi.
Queste amicizie avevano un lato positivo: alleggerivano la tensione, mi permettevano di respirare.

Il problema emergeva nei momenti più bui della mia ludopatia.
Indossare la maschera del “va tutto bene” mentre dentro infuriava il caos richiedeva uno sforzo enorme. Rispondere con leggerezza alla domanda “come stai?” mi strappava spesso un sorriso amaro.

In quei periodi cercavo di ridurre al minimo la socialità. Lavoravo da casa quando possibile, restavo nel mio ufficio, evitavo di incrociare persone. Sgattaiolavo fuori solo quando ero sicuro di non incontrare nessuno. Isolarmi era più semplice che fingere.

Quando arrivavano gli inviti – un aperitivo, una serata insieme – inventare una scusa era facile. Ma alla lunga questo comportamento rischiava di ferire gli altri e di lasciarmi sempre più solo. Se dici sempre di no, prima o poi smettono di cercarti.

In alcuni casi ho scelto di dire la verità.
Ricordo una ragazza con cui stava nascendo una bella amicizia. Ci vedevamo spesso, era una relazione leggera e positiva. Proprio per questo mi faceva stare male dover rifiutare ogni proposta quando il gioco prendeva il sopravvento.

Un giorno ho ceduto. Le ho raccontato tutto, con un messaggio. Da quel momento mi sono sentito più libero. Potevo dire di no senza inventare scuse, potevo spiegare come stavo davvero. Lei ha provato anche a spronarmi, con buone intenzioni. La differenza era che non dovevo più fingere.

Col tempo ho adottato una strategia: dire la verità alle persone che frequentavo davvero e con cui stavo bene; mantenere la maschera con le relazioni più marginali, come quelle lavorative.
Con il passare degli anni, però, ho iniziato ad aprirmi sempre di più. Preferivo che le persone sapessero.

Oggi ho perso i contatti con quasi tutte le amicizie legate al vecchio lavoro. Probabilmente non erano così importanti. Non mi mancano, e credo sia lo stesso per loro. Solo un paio di persone hanno continuato a cercarmi e riconosco di non essere sempre stato presente.

Le persone che frequento ora conoscono tutte la mia patologia. Questo riduce ansia e stress. Essere me stesso, senza filtri, è diventato fondamentale. Paradossalmente, sapere di poter essere autentico mi aiuta anche a indossare la maschera quando serve.

Il lavoro attuale mi mette di nuovo alla prova. Sto conoscendo meglio alcuni colleghi, ma non è il contesto giusto per raccontare i miei lati più fragili. Non ho ancora un contratto stabile e non voglio compromettere nulla.
Conoscono la mia invalidità fisica, che mi tutela in caso di visite o malattie. Il resto, per ora, resta fuori.

In questo periodo mi sento un po’ solo. Frequento sempre le stesse persone e faccio fatica ad allargare il giro. Quando ho scoperto che la nuova azienda contava più di 50 dipendenti, avevo sperato anche in un’opportunità sociale. Ma la realtà è diversa: pochi colleghi di età e interessi simili, poche occasioni.

Quello che desidero davvero è lasciarmi alle spalle gli anni più bui.
Superare definitivamente il disturbo da gioco d’azzardo, conoscere nuove persone, costruire relazioni sane. E, forse, trovare anche il coraggio di aprirmi sentimentalmente.

So che non accadrà da solo.
Tutto parte da me.

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