La vita è un romanzo

La vita è un romanzo

Per comprendere meglio il mio percorso consiglio vivamente la lettura del libro Il giocatore di Fëdor Dostoevskij. Non per sfoggiare cultura, ma perché quel romanzo mi ha fatto un effetto fisico: mi ci sono riconosciuto. La cosa più inquietante è che la storia è stata scritta più di 150 anni fa e, nonostante questo, descrive in modo impressionante dinamiche che oggi associamo alla ludopatia e al gioco d’azzardo patologico*.

Nel libro, il protagonista Aleksej entra nel gioco mentre attorno a lui si muove un mondo fatto di desideri, interessi, relazioni e illusioni. La roulette non è solo un passatempo: diventa una calamita. E più la vita fuori perde senso, più quel tavolo acquista potere.

Ciò che mi ha colpito non è la trama in sé, ma la precisione con cui vengono raccontate certe sensazioni: l’idea che vincere sia “l’unica via d’uscita”, l’impulso di restare lì “ancora un attimo”, la rabbia quando non esce il numero “giusto”, la convinzione di avere una strategia, e insieme la totale perdita di controllo. È la stessa trappola mentale che conosce chi ha vissuto sessioni infinite su una slot online o davanti a una scommessa: non stai più scegliendo, stai inseguendo.

Uno dei passaggi più potenti, per me, è quello legato all’insonnia. Nel romanzo c’è un personaggio che non riesce a dormire perché la roulette è rimasta impressa nella mente: irritazione, impazienza, bisogno di rifarsi. Io ho rivissuto le mie notti: girarmi e rigirarmi nel letto ripensando alle giocate, al denaro perso, all’idea di “recuperare”. E se avevo ancora liquidità, la tentazione era sempre la stessa: riprendere il telefono e continuare fino al mattino.

Poi c’è la fase che molti non capiscono dall’esterno: anche quando vinci non ti stacchi. Nel romanzo la vincita diventa un carburante emotivo, non una conclusione. È un’accelerazione. E chi vive la dipendenza lo sa: la vittoria non è pace, spesso è solo un modo per restare dentro, con la speranza di “fare il colpo grosso”. È il cuore della rincorsa delle perdite e della rincorsa della vincita: due facce della stessa catena.

C’è anche un dettaglio che mi ha fatto male: la perdita del valore del denaro. Nel libro emerge chiaramente che, a un certo punto, cifre grandi e piccole diventano uguali, perché il denaro smette di essere uno strumento e diventa solo carburante per giocare. È una distorsione che ho conosciuto bene: quando sei nel tunnel, non ragioni più in termini di spesa, risparmio, futuro. Ragioni in termini di “ancora una puntata”.

E poi c’è la trasformazione del protagonista: il gioco si mangia tutto il resto. Non solo gli interessi, ma gli amici, la vita sociale, perfino i ricordi e i sogni. Questa parte mi ha quasi commosso, perché non parla solo di dipendenza: parla di identità. Di come ti riduci a un guscio che pensa solo a rosso/nero, pari/dispari, bonus, rulli, quote. Una vita ristretta, ossessiva, ripetitiva.

Ho voluto dedicare una pagina a questo romanzo perché mi ha dato una certezza: non sono “strano”, non sono “un caso isolato”. Il meccanismo della ludopatia esiste da secoli. Cambiano gli strumenti (roulette, slot online, scommesse), ma non cambia la sostanza: ansia, craving**, illusione di controllo, perdita di libertà.

E questa consapevolezza, paradossalmente, è anche una forma di speranza.
Se un romanzo antico riesce a descrivere così bene il baratro, significa che quel baratro è riconoscibile. E se è riconoscibile, allora—con fatica, aiuto e tempo—può anche essere affrontato.

*Craving: è un termine che si riferisce al desiderio compulsivo per una sostanza o per un comportamento come il gioco d'azzardo. Gli episodi, in genere, durano massimo quindici minuti, ma non sono affatto piacevoli.

**Giocatore patologico: il gioco d'azzardo rappresenta una forma di dipendenza che induce il soggetto ad avvertire una necessità imperante di giocare, e il desiderio irrefrenabile di voler recuperare il denaro perduto, che lo porta a perdere la percezione sia del tempo che del denaro impiegato nel gioco. Giocare denaro diventa il centro di interesse esclusivo della propria esistenza. La dipendenza da gioco comporta dei costi non solo relativi alla salute del giocatore, ma anche al coinvolgimento dell'ambito familiare, lavorativo e sociale.

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La vita sociale: chi non sa