Il lavoro

Il lavoro occupa una parte enorme della nostra vita.
A volte riesce a convivere con affetti e tempo libero, altre volte prende il sopravvento. Nel mio caso è cambiato molte volte, seguendo più l’insoddisfazione che una vera direzione.

Dopo l’università ho provato a inseguire i miei sogni. Sono riuscito a unire la passione per il cinema con la formazione in marketing turistico. La tesi è andata molto bene, ho vinto un premio come miglior laureato dell’anno e sono stato contattato da una casa editrice. Un risultato importante, a cui non ho mai dato il giusto peso.

Ho poi lavorato all’estero e in Italia, nel turismo e nell’audiovisivo. L’esperienza del 2013 all’estero è stata molto positiva, ma sono rientrato per un progetto imprenditoriale che univa di nuovo le mie passioni. Anche quella occasione è sfumata, lasciandomi una forte delusione.

Nel 2014 è arrivata un’opportunità nella promozione turistica. Per collaborare ho dovuto aprire una partita IVA, lavorando come consulente esterno ma, di fatto, come un dipendente. L’impegno richiesto era basso e avevo molto tempo libero, che non riuscivo a gestire. È lì che sono iniziate le prime giocate, apparentemente innocue.

Col tempo sono arrivate altre consulenze. Nel 2016 ne avevo tre attive. Singolarmente potevano sembrare normali, ma nel complesso rappresentavano una classica situazione di falsa partita IVA. Avevo responsabilità elevate, gestivo progetti importanti e, in due casi, anche i conti correnti delle organizzazioni.

Potevo pagarmi le fatture in autonomia. Ed è proprio lì che sono emersi i lati peggiori della fiducia che mi veniva concessa.
Lo stress, le responsabilità e l’aumento della disponibilità economica hanno inciso profondamente sulla mia psicologia, spingendomi sempre più verso il gioco d’azzardo.

Ero consulente, commerciale, PR e problem solver. Dovevo sempre sorridere, ingoiare bocconi amari, non lamentarmi. Se qualcosa fosse andato storto, non solo avrei perso il lavoro, ma avrei messo in difficoltà intere realtà. Questo mi ha spinto a dare sempre di più, senza mai fermarmi.

A un certo punto ho iniziato a sentirmi talmente indispensabile da sentirmi autorizzato a usare il conto aziendale per fini personali, inviando bonifici sul mio conto. Da lì la strada è diventata solo in salita. Con ogni volta il rischio di ripercussioni penali dietro l’angolo. E un capo che mi voleva bene e mi ha protetto quando lo mettevo nei guai. Certo, a patto che trovassi un modo per tappare i buchi economici che creavo. Con prestiti, amici, familiari e, soprattutto, menzogne.
Volevo cambiare vita, lasciare tutto e andare all’estero, ma non potevo: avevo bisogno di quel reddito per alimentare i miei demoni.

La partita IVA mi permetteva anche di convivere con i miei problemi di salute: orari flessibili, visite mediche quando serviva, giornate più lente dopo notti insonni. E poi c’era il senso di colpa: avevo messo in difficoltà persone con cui avevo anche un rapporto umano. Non potevo semplicemente sparire.

Così ho continuato, alimentando il debito e rimandando ogni decisione. Una catena sempre più difficile da spezzare.

Nel 2022 ho perso definitivamente il controllo. Con l’aiuto della famiglia e di alcuni amici ho trovato la forza di agire.

Durante il percorso terapeutico ho chiuso definitivamente la partita IVA e, una volta uscito, ho subito trovato un nuovo lavoro. Non per corsie preferenziali, ma per competenze reali.

Per anni ho vissuto una doppia vita.
Di giorno ero brillante, efficiente, lucido. Anche senza dormire, riuscivo a portare a termine compiti complessi. La sera, però, la mente collassava. Ansia, stress e depressione mi travolgevano. Il gioco diventava la mia anestesia.

Premere un bottone, fissare uno schermo, spegnere tutto.
E la mattina dopo, di nuovo la maschera. Come se niente fosse.

Oggi mi chiedo come abbia fatto a reggere così a lungo.
Forse ero solo in pilota automatico.
E il prezzo, prima o poi, dovevo pagarlo.

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