La famiglia
Sono fortunato ad avere una famiglia unita.
Non siamo particolarmente emotivi, ognuno ha la propria vita e il proprio carattere, ma nei momenti difficili ci siamo sempre stati. È qualcosa che ho capito davvero solo entrando in comunità, conoscendo persone che questa fortuna non l’hanno mai avuta.
Chi legge queste pagine potrebbe chiedersi perché, in molte situazioni, io appaia distante, quasi un blocco di ghiaccio. Negli anni mi sono interrogato molto su questa difficoltà nel riconoscere ed esprimere le emozioni, su quella che ho scoperto essere alessitimia*. Per molto tempo l’ho vissuta come l’ennesima prova di essere “sbagliato”.
Col tempo ho capito che è un tratto in parte ereditario, un modo di funzionare che può cambiare solo con un lavoro profondo e costante. Ho iniziato davvero ad affrontarlo solo durante il percorso in comunità. La strada è ancora lunga e, anche in questa narrazione, si sente quanto io sia più a mio agio nei fatti che nei sentimenti.
I miei genitori hanno sempre vissuto la genitorialità con forte apprensione. Lavorando per anni in ospedale, il contatto continuo con la malattia li ha resi iperprotettivi. Questo ha inciso su tutti noi figli, rendendoci tendenzialmente ansiosi. In casa, l’amore si è sempre espresso più attraverso la protezione pratica che con l’affetto verbale.
Io sono il più piccolo di tre fratelli. Luca e Alessandro hanno solo un anno e mezzo di differenza, mentre io arrivo quasi quattro anni dopo. Sono stato il più coccolato, ma anche quello che, col tempo, si è formato più fuori dalla famiglia che dentro. Dopo l’infanzia, ho costruito me stesso soprattutto attraverso gli amici.
Durante l’adolescenza parlavo poco, sia con i miei fratelli che con i miei genitori. Loro, quasi coetanei, condividevano ambienti e persone; io ero spesso ai margini. Ho iniziato così a tenere tutto dentro, a non condividere emozioni e difficoltà.
Al liceo li coinvolgevo poco nella mia vita. Poi l’università, prima vicino casa, poi dall’altra parte d’Italia. Ogni occasione era buona per partire: Erasmus, bandi, programmi all’estero. Volevo muovermi, allontanarmi, respirare.
Per anni ho visto pochissimo i miei fratelli. Quando ci si ritrovava per le vacanze, ognuno viveva per conto proprio. Le “cose serie” restavano fuori dalle festività. Poi, quasi all’improvviso, qualcosa è cambiato. Con il trasferimento definitivo di Alessandro a Speranzopoli, ci siamo riavvicinati. Le vacanze a casa sono diventate momenti di condivisione vera, anche se sempre leggera.
Nel frattempo, le nostre vite sono andate avanti: Alessandro ha una famiglia con due figlie, Luca è padre single di un bambino piccolo. Con queste premesse, è facile capire perché abbia tenuto per me gran parte della sofferenza, chiedendo aiuto prima agli amici e solo dopo ai familiari.
Eppure, l’infanzia iperprotetta ha riattivato un bisogno profondo: quello di sentirmi ancora protetto. Chiedevo aiuto senza riuscire a spiegarmi davvero. Mia madre faticava ad accettarlo. Voleva capire, sapere. Io chiedevo senza dare nulla in cambio, come se la famiglia fosse una banca a fondo perduto.
Questo me l’hanno fatto notare in molti, anche in comunità. Tenere tutto dentro mi trasformava in una pentola a pressione che la sera esplodeva, cercando nel gioco d’azzardo un po’ di pace. Non stavo curando la dipendenza, ma ciò che c’era sotto.
Da quando ho coinvolto la famiglia nella mia ludopatia, li ho delusi molte volte. Ho mentito, ho messo a rischio la loro fiducia. Recuperarla, dopo ogni ricaduta, è sempre più difficile. E non posso biasimarli.
A volte dico che mi dispiace per il dolore che provano a causa mia. Ma non so sempre rispondere alla domanda più difficile: è davvero questo che sento?
Cambiare a quarant’anni un carattere così radicato è durissimo. E forse è vero quello che dicevano alcuni amici: se avessi ricevuto più “no”, avrei imparato prima.
In famiglia ho dovuto confrontarmi con ruoli diversi: un padre distante, una madre che aiutava senza ricevere l’affetto che desiderava, un fratello duro e pratico, uno più comprensivo. Gestire tutto questo ha inciso profondamente sulla mia dipendenza.
Anche se mi sono sempre descritto come freddo e anaffettivo, sotto quella lastra di ghiaccio qualcosa si muoveva.
E forse, nel gioco, cercavo proprio di tenere a bada quell’emotività che non avevo mai imparato a gestire.
*L'alessitimia è un tratto caratterizzato da difficoltà nel riconoscere, identificare e comunicare emozioni, sia proprie che altrui. Non significa necessariamente che una persona non provi emozioni, ma piuttosto che non è consapevole di esse.
