Il tempo libero
Per un ludopatico, il concetto di tempo libero è relativo.
Il gioco occupa talmente tanto spazio mentale da non lasciarne per altro. Eppure, prima che il demone bussasse alla porta, ero una persona dai molti interessi.
Nonostante i problemi fisici, mi consideravo sportivo. Lo sport mi regalava endorfine, energia, una spinta per affrontare la giornata. Calcetto, tennis, ciclismo, trekking. A questo si aggiungevano giochi da tavolo, videogiochi, cinema, lettura, musica, eventi culturali.
Mi piaceva ascoltare musica durante le passeggiate o cantare a casa, seguire sagre, mostre, iniziative locali. Mi sentivo una persona curiosa, attiva.
Poi tutto questo ha iniziato a sgretolarsi.
Non sono mai stato un amante degli aperitivi. Preferivo altre attività, anche se ogni tanto accettavo una birra in compagnia. A Perdilandia l’aperitivo dopo il lavoro è quasi un rito sociale. Io mi sono adattato, ma senza entusiasmo.
Per me era molto più semplice rinunciare a bere qualcosa con gli altri e restare a casa, seduto sul letto, davanti a una slot online.
Quando accettavo un invito, giocavo fino all’ultimo secondo. Se la slot pagava, mi risultava quasi impossibile chiudere il sito. Finivo per arrivare in ritardo o per vivere quell’uscita con fastidio.
Per non perdere nemmeno una possibile vincita, ho iniziato a rifiutare gli inviti, chiudendomi sempre di più.
Di giorno, per lavoro, riuscivo ancora a indossare una maschera sociale.
La sera, una volta a casa, potevo isolarmi. Il tempo libero era ormai dedicato quasi esclusivamente al gioco.
Prima di perdere completamente il controllo, qualche eccezione esisteva ancora. Nei fine settimana riuscivo a fare una passeggiata in compagnia o a passare un pomeriggio al lago. Durante la settimana, se il fisico reggeva, giocavo ancora a calcetto.
Poi anche queste pause si sono diradate.
Il gioco aveva cambiato le mie abitudini più radicate. Non cercavo più il piacere, ma l’adrenalina, l’illusione di aver trovato un modo per guadagnare o, più semplicemente, per sentire qualcosa.
Quando tornavo a casa a Radici per le vacanze, il gioco concedeva una tregua. Dovevo comunque lavorare, ma riuscivo a staccarmi dal computer e dal cellulare. Di notte, a volte, il richiamo tornava, ma non con la stessa intensità del resto dell’anno.
La mancanza di concentrazione ha influito anche sulle attività che amavo. Guardare un film o una serie TV era diventato difficile. Dopo pochi minuti, la mente si spegneva e finivo per fissare il cellulare: per giocare, se avevo disponibilità, o per navigare senza meta.
Per anni ho vissuto in appartamenti condivisi. All’inizio mi piaceva passare il tempo con i coinquilini: videogiochi, film, chiacchiere. Col tempo, il gioco è diventato il mio unico coinquilino.
Passavo le giornate sul letto, chiuso nella mia stanza. Anche mangiare era diventato un gesto solitario: scaldavo qualcosa e mangiavo davanti alla TV o al telefono.
Prima della comunità, viveva con me anche il mio gatto. E nemmeno per lui ero davvero presente. Spesso era lui a cercarmi, a salire sul letto per una carezza. A volte doveva miagolare per ricordarmi di dargli da mangiare, perché non riuscivo a staccarmi dallo schermo.
Ripensandoci oggi, è doloroso vedere quanto tempo libero abbia sprecato. Il lavoro, ormai, mi occupava sempre meno. Il gioco, paradossalmente, nemmeno: perdevo tutto in fretta, oppure restavo immobile ad aspettare qualcosa che non arrivava.
Così passavo il tempo: sul letto, sul divano, senza fare nulla.
Consumandomi nell’apatia, nella solitudine, nell’attesa del sonno.
A volte navigavo per ore su internet, spinto dal craving*. Altre volte fissavo il soffitto, aspettando che arrivasse la notte. Dormire senza aiuti farmacologici diventava sempre più difficile.
Il tempo libero, che avrebbe potuto nutrirmi, era diventato solo un’altra forma di vuoto.
*Craving: è un termine che si riferisce al desiderio compulsivo per una sostanza o per un comportamento come il gioco d'azzardo. Gli episodi, in genere, durano massimo quindici minuti, ma non sono affatto piacevoli.
