Psicofarmaci
Il tema degli psicofarmaci è uno dei più spinosi e delicati quando si parla di dipendenze. Per questo motivo mi limiterò a raccontare esclusivamente la mia esperienza personale, senza generalizzare. In comunità, quasi tutti gli ospiti seguivano una terapia farmacologica, ma ognuna era diversa dall’altra. Questo perché non esiste una cura standard valida per tutti.
Nel mio caso, la gestione del gioco d’azzardo patologico* è stata affiancata da una terapia farmacologica mirata ai disturbi che accompagnavano la dipendenza: ansia, depressione e insonnia. La terapia prevede tre tipologie di farmaci: un ansiolitico, un antidepressivo e uno stabilizzante dell’umore.
L’ansia, di per sé, non è sempre un problema. Esiste un’ansia “normale”, fisiologica, che ci prepara ad affrontare situazioni impegnative, come un esame o un colloquio di lavoro. Diventa patologica quando è sproporzionata, costante e interferisce con la vita quotidiana, compromettendo lavoro, relazioni e riposo.
Nel mio caso, l’ansia era cronica ed era strettamente intrecciata alla depressione. Non ho mai capito quale delle due fosse arrivata prima. So solo che alimentavano il gioco: l’azzardo diventava una fuga momentanea dal sovraccarico mentale.
Per l’ansia e l’insonnia mi è stato prescritto Xanax a rilascio prolungato, una benzodiazepina. Questo tipo di farmaci agisce sul sistema nervoso centrale inducendo calma e rilassamento. Il rilascio prolungato mi permette di coprire l’intera notte, evitando risvegli continui.
La dose non è particolarmente elevata, ma ogni tentativo di riduzione o sospensione ha avuto effetti immediati: insonnia, agitazione, risvegli notturni. Per questo motivo si è deciso di reintrodurlo. Le benzodiazepine richiedono molta attenzione: l’uso prolungato può portare dipendenza e la sospensione deve sempre essere graduale e monitorata.
Al mattino assumo Paroxetina, un antidepressivo della classe degli SSRI. Agisce aumentando la disponibilità di serotonina nel cervello, aiutando a ridurre ansia, depressione e comportamenti compulsivi.
Onestamente faccio fatica a valutarne l’efficacia in modo netto. Se interrompessi gli altri farmaci, ne sentirei subito gli effetti. Con la Paroxetina è diverso: il suo beneficio è più silenzioso, meno evidente. Probabilmente contribuisce all’equilibrio generale della terapia. Posso dire, però, che finora i benefici complessivi sono stati superiori agli effetti collaterali.
Il terzo farmaco è la Quetiapina, uno stabilizzante dell’umore con effetto sedativo. Viene utilizzata in molte condizioni psichiatriche, ma nel mio caso è stata prescritta principalmente per insonnia, ansia e stati depressivi.
Agisce su diversi neurotrasmettitori, tra cui serotonina e dopamina, aiutando a rallentare il flusso dei pensieri. Per me questo è stato fondamentale: la sera la mente non corre più come un tempo, permettendomi di dormire.
In passato ho avuto un’esperienza negativa con un altro stabilizzante dell’umore, a base di acido valproato, che ha prodotto l’effetto opposto: pensieri accelerati, agitazione e notti insonni. Questo dimostra quanto sia soggettiva la risposta ai farmaci.
Gli psicofarmaci non curano la ludopatia. Non eliminano il desiderio di giocare e non risolvono i problemi alla radice. Possono però creare una base di stabilità minima per lavorare su sé stessi, soprattutto quando ansia e depressione rendono impossibile qualsiasi percorso.
La cosa più importante è che ogni terapia sia personalizzata, seguita da professionisti e costantemente monitorata. Giocare con i dosaggi o sospendere autonomamente è pericoloso quanto il gioco stesso.
*Giocatore patologico: il gioco d'azzardo rappresenta una forma di dipendenza che induce il soggetto ad avvertire una necessità imperante di giocare, e il desiderio irrefrenabile di voler recuperare il denaro perduto, che lo porta a perdere la percezione sia del tempo che del denaro impiegato nel gioco. Giocare denaro diventa il centro di interesse esclusivo della propria esistenza. La dipendenza da gioco comporta dei costi non solo relativi alla salute del giocatore, ma anche al coinvolgimento dell'ambito familiare, lavorativo e sociale.
