Centri terapeutici
Il centro terapeutico è spesso considerato l’ultima spiaggia, quella soluzione estrema a cui si arriva solo quando ogni altro tentativo è fallito. Nel caso della ludopatia, però, questa possibilità viene raramente presa in considerazione. Il motivo principale è la scarsa informazione.
Il luogo comune è che le comunità terapeutiche siano destinate esclusivamente alle dipendenze da sostanze, come droghe o alcol. Chi soffre di gioco d’azzardo patologico* difficilmente si riconosce in questo tipo di percorso e, anche quando ne è consapevole, tende a considerarlo poco affine alle proprie problematiche.
Nella maggior parte dei casi sono solo i SerD e i gruppi di auto-mutuo aiuto a informare i giocatori d’azzardo dell’esistenza di questa opportunità. Chi non frequenta questi ambienti difficilmente arriverà a pensarci da solo.
Nel mio caso, quando per la prima volta è emersa l’idea della comunità terapeutica, sono rimasto quasi sconvolto. La proposta è arrivata da mia madre, citando San Patrignano, probabilmente la comunità più famosa in Italia. Il mio primo pensiero è stato immediato: “Quella è per chi ha problemi di droga, non per me”.
Sono stati necessari numerosi confronti in famiglia, soprattutto con i miei fratelli, e soprattutto la perdita totale del controllo nel 2022, per farmi prendere in considerazione anche soluzioni che fino a poco prima ritenevo inaccettabili.
Ad agosto 2022 la decisione era presa: avrei intrapreso un percorso in comunità terapeutica. Ho avuto il tempo di informarmi, di cercare online, di contattare strutture e persino di visitarne alcune prima dell’ingresso effettivo, avvenuto nel 2023.
In Italia esiste una vasta rete di comunità terapeutiche, sia residenziali che semi-residenziali, dedicate a dipendenze fisiche e psicologiche. Queste strutture offrono interventi socioeducativi, psicoterapeutici e sanitari, spesso in collaborazione con il SerD, costruiti su misura per l’individuo.
Le comunità si differenziano per:
tipologia di utenza (uomini, donne, madri con figli, coppie);
tipo di programma (educativo, terapeutico-riabilitativo, specialistico);
presenza o meno di disturbi psichiatrici associati.
Esistono anche strutture semi-residenziali, in cui si frequenta la comunità durante la settimana rientrando a casa la sera e nel fine settimana.
Dal punto di vista gestionale, alcune comunità sono accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale e vi si accede tramite il SerD; altre sono Onlus sostenute da fondi esterni, come le comunità di ispirazione cristiana; altre ancora, come San Patrignano, si autosostengono tramite attività produttive e donazioni.
L’accesso può essere gratuito, nel caso di finanziamento da parte dell’ASL, oppure basato sull’autosostentamento tramite lavoro. In alternativa, è possibile accedere privatamente, ma i costi sono spesso proibitivi.
Io stesso avevo individuato una comunità specializzata esclusivamente in disturbi psicologici, convenzionata ma situata in un’altra regione. Il costo era di 200 euro al giorno per otto settimane. Una cifra impensabile per un giocatore d’azzardo. Non a caso, quella struttura ospitava principalmente manager in burnout.
La comunità in cui ho svolto il mio percorso riceveva un finanziamento di 109 euro al giorno per ospite da parte dell’Azienda Sanitaria. Percorsi lunghi, spesso superiori all’anno.
Quanto dura un percorso in comunità? Non esiste una risposta unica. In genere si parla di almeno sei mesi, spesso un anno. In passato San Patrignano richiedeva tre anni di permanenza, oggi ridotti a diciotto mesi. Nel mio caso il percorso previsto era di sei mesi, poi prorogati di altri sei.
Va detto che il tasso di abbandono è altissimo. Nei miei undici mesi di comunità, solo una minima percentuale ha concluso il percorso. L’astinenza, lo stress e la rigidità delle regole portano molti a mollare.
Un’altra differenza fondamentale tra le comunità riguarda l’uso degli psicofarmaci. Le strutture accreditate con l’ASL prevedono terapie farmacologiche personalizzate, in collaborazione con il SerD. Altre, come San Patrignano, adottano un approccio esclusivamente educativo e riabilitativo, senza supporto farmacologico.
Un aspetto spesso sottovalutato è il coinvolgimento della famiglia. Alcune comunità prevedono incontri e terapie di gruppo con i familiari, altre si concentrano esclusivamente sull’individuo.
Chiudo tornando al nodo centrale: non esistono, di fatto, centri specializzati esclusivamente nel disturbo da gioco d’azzardo patologico. I giocatori vengono inseriti in programmi pensati per altre dipendenze, come l’alcol.
Dopo undici mesi posso dire che, sotto la superficie, molte dipendenze condividono le stesse radici emotive. Cambia la risposta, non il dolore.
Resta però il fatto che, in undici mesi, sono stato l’unico ammesso con la ludopatia come patologia principale. Un dato che dice molto sulla mancanza di informazione e strutturazione di questo tipo di percorsi.
*Giocatore patologico: il gioco d'azzardo rappresenta una forma di dipendenza che induce il soggetto ad avvertire una necessità imperante di giocare, e il desiderio irrefrenabile di voler recuperare il denaro perduto, che lo porta a perdere la percezione sia del tempo che del denaro impiegato nel gioco. Giocare denaro diventa il centro di interesse esclusivo della propria esistenza. La dipendenza da gioco comporta dei costi non solo relativi alla salute del giocatore, ma anche al coinvolgimento dell'ambito familiare, lavorativo e sociale.
