Capitolo 4: La ricaduta

Il 17 agosto era prevista la mia seconda uscita di nove giorni per raggiungere la famiglia. Quella mattina, però, ho comunque partecipato al gruppo del settore cucina. Il clima era teso. Alcuni rapporti si stavano incrinando e le difficoltà emerse dopo l’uscita di una ospite dal settore pesavano ancora sull’equilibrio del gruppo.

Durante il confronto sono emerse critiche reciproche. Quando ho fatto notare a Ludovico un apporto altalenante in cucina, e Giuseppe ha aggiunto alcune osservazioni, la reazione è stata dura. Anche io sono stato messo di fronte ai miei limiti. Ne sono uscito affranto, soprattutto perché il rapporto con lui era per me importante. Fortunatamente ci siamo chiariti prima della partenza.

Il viaggio verso Radici è stato estenuante. La prima sera siamo rimasti fuori fino a tardi e credo di non aver dormito per due notti consecutive. La mancanza di sonno ha influito negativamente su tutta la vacanza, rendendomi incapace di sostenere i nuovi ritmi.

Sapendo che il test dell’alcol al rientro avrebbe analizzato solo gli ultimi giorni, ho infranto le regole e nei primi giorni ho bevuto. L’alcol, l’insonnia e le terapie hanno aggravato i pensieri negativi, peggiorando la depressione.

In quello stato non sono riuscito a gestire il rapporto con Barbara, una vecchia amica, che nei miei confronti aveva assunto un atteggiamento sempre più ossessivo. Cercava la mia compagnia, ma io non ero in grado di esserci. Una sera mi ha accusato di indifferenza, scatenando in me una rabbia profonda. Alla fine della vacanza mi ha inviato un lungo messaggio carico di accuse, rivolte persino alla mia famiglia.

In mezzo a tutto questo, c’è stata una breve parentesi di luce: ho rivisto un caro amico e con lui ho vissuto momenti sinceri e leggeri. Ma erano eccezioni in un periodo dominato da ansia, difficoltà familiari e dal peso di vivere in un luogo affollato.

Il 23 agosto, ultimo giorno di vacanza, un forte mal di testa mi ha costretto a letto. Incapace di dormire, con la mente invasa da pensieri vorticosi, ho risvegliato il demone dormiente. Sono ricaduto.
Ho inviato alcuni bonifici di piccolo importo e ho giocato online. Poche decine di euro, ma l’effetto è stato devastante: vuoto, tristezza, immobilità. Non avevo neppure la forza di alzarmi dal letto.

Quel giorno non ho avuto il coraggio di avvisare la comunità della ricaduta, promettendomi di farlo al rientro.

Tornato in comunità, ho infranto un’altra regola nascondendo dei regali per alcuni ospiti. Nei giorni successivi ho raccontato la ricaduta ad alcuni compagni e operatori. Mi è stato rimproverato di non aver avvisato subito l’equipe con una telefonata, come previsto dal contratto.

Quel periodo è stato caotico e destabilizzante. Relazioni segrete, uso di sostanze, furti, espulsioni, test positivi, continue trasgressioni. Tutto questo rendeva difficile trovare uno spazio di ascolto vero.

Nei giorni successivi ho iniziato a riportare nel diario quanto stava accadendo. Il senso di mancanza di ascolto, la rabbia, la frustrazione, la sensazione che nessuno volesse davvero fare un percorso. Le dinamiche della comunità sembravano ormai dominate da pettegolezzi e sopravvivenza, più che da crescita personale.

Quando finalmente ho potuto confrontarmi con gli operatori, è emerso un punto centrale: la mia narrazione era ancora troppo focalizzata sui fattori esterni. Secondo loro, il nodo vero era la mancanza di reazione, la difficoltà a prendere posizione, a decidere.

È stato doloroso da accettare, ma necessario.
La ricaduta non era stata causata da un singolo evento, ma da una somma di stanchezza, insonnia, isolamento emotivo e incapacità di chiedere aiuto nel momento giusto.

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