Capitolo 5: Ho sprecato sei mesi?
Tra noi ospiti ho notato un tratto comune: l’orgoglio. È una forma di rigidità silenziosa. Difficilmente ascoltiamo fino in fondo i consigli altrui, preferiamo portare avanti le nostre idee. Guardandola oggi, è quasi ironico: se avessi accettato certi rimandi prima, probabilmente non sarei mai arrivato in comunità. In tanti mi avevano detto che stavo sbagliando. Io, per orgoglio, non li ho ascoltati. Alcuni li ho persino allontanati.
Dopo la ricaduta di agosto e il sovraccarico di pensieri che l’ha seguita, lo psicoterapeuta Alessio mi ha detto una frase semplice ma destabilizzante: “proiettati sul futuro”. Qualche mese prima sarebbe stato impensabile. Ero concentrato solo sul riempire il tempo, sul non impazzire dentro la bolla protetta della comunità. Invece, lentamente, ho iniziato a vedere una cosa: non è solo la tristezza a portarmi al gioco. Anche l’euforia può farlo. Stati d’animo opposti, stesso finale.
Se volevo costruire davvero un “dopo”, dovevo imparare a reggere le situazioni senza subirle passivamente.
Intorno a noi, però, la comunità non era mai davvero calma.
C’era chi diventava pericoloso e veniva mandato al Centro di Salute Mentale. C’era chi esplodeva in crisi e conflitti, chi alimentava tensioni continue, chi giudicava gli altri come “inferiori”, chi si attaccava a ogni dettaglio delle regole come a un’arma. In mezzo a tutto questo, io cercavo di restare “nel mio”. E proprio lì abbiamo affrontato con la psicologa un punto delicatissimo: la rabbia repressa.
Quando litigo spesso non affronto: mi chiudo, rimugino, accumulo. E quella rabbia diventa una scusa perfetta per cercare una distrazione, o un premio. E il premio, quasi sempre, è stato il gioco.
Poi è arrivata la questione dell’uscita.
I miei fratelli mi avevano regalato il biglietto per un concerto. Un regalo enorme. Ma la motivazione che volevo portare all’équipe non era il piacere: era il dovere. Qualche giorno dopo avrei dovuto accompagnare mia madre alla visita preoperatoria per l’anca e aiutarla con mio nipote, perché quella settimana lei era in difficoltà e mio fratello Luca sarebbe stato via per lavoro.
Quando Alessio mi ha chiamato dicendo che l’équipe aveva approvato solo due giorni, esclusivamente per l’ospedale, sono rimasto di sasso. La giustificazione era che non fossi pronto a gestire stress dopo la ricaduta. Mi hanno detto perfino di essere rimasti sorpresi dalla mia richiesta. Io continuavo a ripetere: sto parlando di dovere, non di piacere.
E invece il punto per loro era un altro: aiutare mia madre e mio nipote non rientrava nei miei doveri, perché in comunità ero “come ricoverato”. Mio fratello avrebbe dovuto trovare un’altra soluzione.
Da lì il confronto è diventato acceso. Non accettavo che la salute di mia madre venisse trattata come un dettaglio.
In ufficio mi hanno poi attaccato su un tema ancora più pesante: la trasparenza.
Non li avevo informati subito della ricaduta. Non riportavo i comportamenti scorretti degli altri ospiti. Non avevo nemmeno detto alla famiglia della ricaduta.
Alla fine abbiamo trovato un compromesso: uscita divisa in due momenti, concerto nel weekend e ospedale nei giorni successivi, a patto che telefonassi a mio fratello e gli raccontassi la ricaduta. La sua reazione è stata contenuta, ma ha chiesto un incontro in comunità.
Fuori, tra le poche ore di libertà, ho anche fatto un errore stupido: ho scambiato il numero con Paola, una ex ospite che mi aveva fatto una pessima impressione. E intanto, in treno per la prima volta sono riuscito ad aprirmi davvero con mio fratello Luca raccontando risvolti emotivi della comunità. Il concerto è stato bellissimo. E, cosa strana per me, non ho sofferto troppo il caos.
Il rientro, però, è stato pieno di scosse: il mio compagno di stanza ha lasciato la comunità dopo un conflitto legato a farmaci e dipendenza, e nell’UVM del 29 settembre mi sono sentito demolito. Il mio operatore Michele parlava di “lealtà terapeutica”, diceva che ascoltavo più gli ospiti che l’equipe, che non avevo raggiunto obiettivi emotivi o psichiatrici. E il tono era duro: dovevo “svegliarmi”.
Io uscivo da lì con un pensiero che mi bruciava: come posso fidarmi dell’equipe se mi sembra che la soluzione sia isolarmi e fare la spia?
In quei giorni mi sentivo trattato come un bambino. Mi chiedevano di allontanarmi da alcune persone, di cambiare abitudini, di “non sprecare energie” perfino su cose che per me erano sane, come il karaoke.
Il 6 ottobre, in colloquio con due operatori, sono finito in lacrime. Mi hanno definito “passivo-aggressivo”, rigido, incapace di ascoltare davvero. Io, invece, ero convinto di stare cambiando: meno giudizio sugli altri, più attenzione a me, più capacità di parlare di emozioni.
E lì è arrivata la domanda più tossica e più vera: ho davvero sprecato questi sei mesi?
La psicologa mi ha aiutato a tradurre quel giudizio in qualcosa di utile: la mia passività non è solo “non fare”. È anche reagire contro me stesso quando sono pieno di pensieri e paure, scegliendo la scorciatoia. Il gioco come aggressione indiretta, come soluzione comoda che mi punisce e mi anestetizza insieme.
Nel frattempo, tra caos e ricambi di ospiti, sono arrivati anche spiragli: un confronto liberatorio con Alessio, un progetto sportivo che mi ha dato buonumore, piccoli segnali di miglioramento riconosciuti persino dagli operatori. Ma la verità era questa: la comunità iniziava a chiedermi qualcosa di diverso. Non solo resistere. Non solo riempire il tempo. Pensare al dopo. E farlo con meno orgoglio e più ascolto.
Forse non avevo sprecato sei mesi.
Forse stavo finalmente entrando nella parte più difficile del percorso: quella in cui devi cambiare rotta davvero, anche quando ti senti ferito.
