Capitolo 6: Altro cambio di settore
Il 24 novembre sono stato spostato nel settore pulizie. Lavoravo con un ospite svogliato, uno di quelli che hanno un motto semplice: “il minimo col minimo sforzo”. In teoria doveva essere un sollievo: meno pressione, più tempo mentale per concentrarmi su di me.
Invece è arrivato l’ennesimo corto circuito con gli operatori. I miei operatori Michele e Diego mi hanno convocato in ufficio. Michele diceva di vedermi in difficoltà, ma che era il momento di restare con i piedi per terra e decidere: scegliere e agire. La cosa mi spiazzava, perché fino a poco prima sembrava che per la progettualità fossi “troppo fragile”, e per uscire ci fosse sempre una montagna da scalare.
Pochi giorni dopo, Michele mi ha detto una frase che mi è rimasta addosso: il mio cervello “è un cesso”, pieno di ragionamenti contorti che mi fanno sprecare energie. Io, sinceramente, non capivo più cosa volessero da me. Se pensavo, sbagliavo. Se provavo ad agire, sbagliavo comunque.
Ne ho parlato con lo psichiatra del SerD e con la psicologa, condividendo l’idea di costruire un futuro diverso, persino all’estero. Lei mi ha messo in guardia: l’estero poteva diventare una fuga, se non avessi portato con me strumenti e difese per evitare ricadute.
Un consiglio sensato, ma difficile da digerire quando senti che tutto ciò che desideri viene letto con sospetto.
Il giorno dopo mi sono sfogato con un’operatrice. Le ho detto chiaramente che non capivo i rimandi di quel periodo: mi accusavano di pessimismo, negatività, vittimismo, pensieri “sbagliati”. Mi rinfacciavano errori come l’aver dato il numero a un’ospite incontrata durante un’uscita. Dicevano che non avevo concluso nulla e che rischiavo di uscire peggio di come ero entrato.
Con quella confusione in testa, come potevo proiettarmi sul futuro? L’operatrice mi ha suggerito di non mollare e di riportare tutto a Michele. Ma, negli ultimi tempi, ogni confronto con lui sembrava peggiorare il mio stato emotivo.
Intanto la comunità era attraversata da scosse continue. Il 29 novembre abbiamo fatto un gruppo unico, senza divisione per blocchi, perché alcune situazioni stavano destabilizzando tutti. Una ragazza appena entrata aveva proposto una benzodiazepina ad alcuni ospiti, aveva provocato, cercato sesso, e cercava contatti fuori per procurarsi sostanze. È stata allontanata poco dopo.
E poi c’era un altro ospite, Milos, sempre più nervoso e instabile, con minacce di farsi del male. L’aria era tesa, elettrica.
Il 3 dicembre abbiamo partecipato a un torneo di basket con altre realtà del territorio. La vittoria è durata pochissimo: nel viaggio di ritorno un mio vecchio collega del settore cucina ha iniziato a prendere in giro alcuni ospiti, facendo ridere i soliti. Io ho pensato a quanto fosse facile tornare in quella modalità sarcastica, polemica, provocatoria. Una parte di me ci somigliava ancora, e mi sono detto che avrei dovuto imparare a fermare certi eccessi. Anche quando farlo ti rende “quello pesante”.
Con Michele, intanto, continuavano gli alti e bassi. Mi ha dato del “manipolatore in mala fede” per una richiesta d’uscita a fine dicembre (durante le feste non si può) e perché avrei coinvolto un altro operatore, che non era quello di mio riferimento. Io, più che manipolare, mi sentivo disperatamente in cerca d’aria. Ma era come se le intenzioni non contassero: contava solo la lettura che veniva fatta.
Diego, invece, mi ha detto che una richiesta a metà dicembre era legittima, anche per vedere mia madre, a patto di fare un diario delle emozioni. Alessio ha aggiunto un paletto: l’uscita andava bene, ma con un incontro in città con i miei genitori e mio fratello.
L’11 dicembre sono uscito. Ho provato una sensazione strana, quasi di vuoto: lasciare la routine della comunità mi destabilizzava. E a casa, come spesso succede, la realtà non era “riposo”: mia madre ha subito parlato di debiti, e io mi sono innervosito al punto da dover uscire a camminare per schiarirmi.
Eppure ho notato anche qualcosa di nuovo: ero meno ansioso. L’ho visto accompagnando mia madre in ospedale la mattina presto, e persino quando ho espresso rabbia per una spesa pesante che mi aveva causato dolori fisici. Non ero rimasto zitto a covare. Avevo parlato.
Il 13 dicembre c’è stato l’incontro in città con Alessio, mia madre e mio fratello Luca. Ne sono uscito sollevato: finalmente loro avevano una cornice più chiara. Ma ero anche spaventato: da quel momento mi avrebbero chiesto davvero come stavo, e io non sapevo se fossi capace di reggere quella trasparenza nel tempo.
Rientrato in comunità mi ha travolto un clima cupo. Milos era stato dimesso dopo un litigio e, così, era tornato in carcere perdendo tutto il percorso. Le feste rendevano tutti più fragili. Abbiamo provato a fare l’albero e il presepe, ma a volte persino le cose “belle” diventavano micce per nuove tensioni.
Io cercavo di non farmi schiacciare. Ho cercato gli operatori. Tutti tornavano su un punto: trasparenza. Con la famiglia, con me stesso.
Quando ho parlato del futuro, Michele ha espresso dubbi sull’estero: non ero pronto “di testa”.
Il 27 dicembre, durante un gruppo, è esplosa la questione passaporto. Io lo avevo prenotato tempo prima, quasi casualmente, approfittando di una sera in cui potevo controllare il cellulare per lavoro. Quando l’ho detto, è scoppiato il finimondo: manipolazione, uso degli operatori, segreti.
E io mi sono chiesto una cosa semplice: se questa era davvero progettualità, perché mi sentivo colpevole come se avessi commesso un reato?
Il 30 dicembre ho passato una giornata sulla neve con la famiglia. Mia madre mi ha detto che Michele l’aveva chiamata per dirle che “ne avevo combinata un’altra”. I miei fratelli, giustamente, hanno detto che non avrebbe dovuto farla agitare prima dell’operazione. E mi hanno ripetuto la cosa che tutti mi ripetevano: “dì sempre tutto”.
Come se fosse facile, quando hai la sensazione che qualunque cosa tu faccia venga letta come sbagliata a priori.
E così è arrivato Capodanno: musica, balli, un siparietto comico che ci ha fatto ridere… ma sotto, un’atmosfera intrisa di tristezza. Un periodo in cui anche chi dovrebbe reggere il timone sembrava nervoso.
Quel mese mi ha lasciato addosso un’impressione precisa: la comunità può essere protezione, ma anche una lente che ingrandisce tutto. Ogni parola, ogni gesto, ogni scelta.
E se sei già fragile, vivere sotto quella lente ti fa venire una domanda costante: sto costruendo qualcosa… o sto solo sbagliando meglio?
