Capitolo 7: Risposte nuove a vecchi problemi
L’anno nuovo è iniziato con una dimissione: un ospite ha chiesto di chiamare sua madre per gli auguri, ma l’operatore ha rimandato la telefonata. Questo ha causato un’esplosione di rabbia e il suo immediato allontanamento. Un episodio che ha subito riportato a galla il clima di tensione e fragilità emotiva che caratterizzava la vita in comunità terapeutica.
Il giorno prima dell’uscita di Anna, una ospite con cui avevo avviato un bel rapporto di amicizia, sono stato convocato in ufficio per un colloquio interminabile. Mi è stato detto che la relazione con lei non era sana. Il fatto che spesso ci sedessimo vicini, che fossi seduto tra lei e il Giuseppe (dopo l’esperienza nel settore cucina aveva iniziato a lavorare nei campi per un’azienda agricola, rientrando la sera), veniva interpretato come una strategia per permettere loro di stare vicini, visto che ufficialmente non potevano sedersi l’uno accanto all’altro. La loro relazione, dichiarata apertamente, doveva essere tenuta a freno in comunità.
Ogni gesto quotidiano sembrava diventare una prova contro di me.
Sul fronte della progettualità, mi è stato ribadito che non avevo ancora le basi emotive per guardare avanti. Non si può correre una maratona senza allenamento, dicevano, e non dovevo farmi trascinare dall’eccitazione del momento.
Dopo l’uscita di Anna, un nuovo colloquio. Ho ammesso che, una volta fuori dalla comunità, mi sarebbe piaciuto risentirla. Con lei stavo bene: guardavamo film horror in sala TV, passeggiavamo nel verde dopo la merenda, cercavamo persino di addomesticare un gatto randagio portandogli del cibo. Momenti semplici, umani.
La risposta di Michele è stata lapidaria: non avevo capito nulla. Poco dopo si è ripresentato con Diego e la direttrice. Secondo loro, Anna aveva raccontato che una volta uscito sarei andato a vivere con lei. Passeggiate e vicinanza ai pasti diventavano così prove di una relazione nascosta. Non solo: sostenevano che io avessi un blocco emotivo con l’altro sesso, lo stesso già ipotizzato con l’ospite a cui avevo dato il numero, e che traessi piacere dalle attenzioni, passando per confidente e prendendo in giro le donne.
Quelle affermazioni mi hanno lasciato senza parole. Ho avuto il coraggio di dire che provavo terrore ogni volta che entravo in ufficio da Michele. Anche questo, però, è stato letto come un alibi per non affrontare le situazioni. A fine giornata ero sconvolto: la mia parola non contava nulla. Desideravo solo uscire.
Secondo Michele, io vivevo i confronti come affronti, vittimizzandomi. Ero un edonista attaccato alla mia immagine, sempre pronto a trovare scuse: il fisico, la salute, il sonno, il carattere. Addirittura si è arrivati a ipotizzare un problema di impotenza, parlando di “demascolinizzazione”. Ogni colloquio sembrava annientarmi prima ancora di potermi riprendere da quello precedente.
Con la psicologa ho affrontato il tema confronto-affronto. Vivendo i colloqui come attacchi, reagivo come un bambino che deve giustificarsi davanti all’adulto. La paura delle conseguenze bloccava la trasparenza e alimentava la paura del giudizio. Le ho parlato anche del rapporto col mio corpo, della difficoltà ad accettarmi fisicamente, elemento che mi bloccava nelle relazioni con le donne.
Il 10 gennaio ho incontrato lo psichiatra del SerD, che ha insistito sulla progettualità, senza escludere un’estensione del periodo in comunità. Sono stato onesto: a breve avrei avuto bisogno di iniziare a lavorare. I debiti incombevano.
L’11 gennaio resta una data chiave. Tutta la mia famiglia a colloquio con Michele e Alessio. Sono emersi i miei punti critici: accettazione di sé, visione negativa della realtà, rigidità nel perseguire i miei obiettivi fino a convincere e manipolare gli altri. Comunicavo solo ciò che mi faceva comodo. La mia negatività comprometteva le scelte, comprese le amicizie.
I desideri della mia famiglia erano semplici e dolorosi: stabilità lavorativa, accettazione di me stesso, capacità di comunicare qualcosa di positivo.
Con Diego ho parlato di affettività e mi ha chiesto di scrivere dieci cose che mi piacciono di me. Anche l’uscita per andare a trovare mia madre in ospedale veniva vista come un possibile pretesto. Ogni gesto sembrava dover essere giustificato.
Nei giorni successivi ho provato ad aprirmi di più, parlando del disturbo alimentare, della bassa autostima, dell’esperienza con Anna. Parlare non risolveva tutto, ma era un primo modo per affrontare.
Diego mi ha descritto come una matrioska di pensieri negativi. Dovevo eliminarli, trovare alternative sane al gioco d’azzardo, imparare a gestire i momenti di difficoltà. Eppure sentivo che il focus si stava spostando sempre più lontano dal motivo per cui ero entrato in comunità.
Ho avuto confronti importanti con alcuni ospiti sulle dipendenze: eroina, alcol e benzodiazepine distruggono il corpo; il gioco e la cocaina lavorano sulla mente. Intanto, la vita in comunità continuava con furti, perquisizioni, tensioni continue.
Il 24 gennaio, il giorno del mio compleanno, Michele mi ha detto che avevo un problema di sanità mentale. Solo dopo ha chiarito che intendeva difficoltà emotive, relazionali e sessuali. Ma le parole, ormai, avevano colpito.
Il clima diventava sempre più pesante. Io ero stanco, fisicamente ed emotivamente. Il settore non mi dava più nulla. Gli ospiti non mi cercavano più. Mi sentivo parcheggiato, come se il mio ciclo fosse concluso.
Alessio, al contrario, iniziava a parlare di risposte nuove a vecchi problemi. Non fuggire dal malessere, ma affrontarlo. Per questo cercavo il confronto con lui, con la psicologa, nel gruppo e nello sport del fine settimana. Era poco, ma era ciò che mi teneva ancora lì.
Quando ho detto ai miei fratelli che stavamo valutando la dimissione, si è scatenato l’ennesimo caos. Ogni parola era sbagliata. Ogni sfumatura diventava un’accusa di mancanza di trasparenza.
Io, però, sapevo cosa volevo: mettermi alla prova fuori, comunicare meglio, cercare lavoro, continuare la terapia, trovare attività sane, iniziare finalmente a volermi bene.
Gli ultimi giorni sono stati un susseguirsi di accuse, dubbi e fraintendimenti, culminati nella convocazione del 22 febbraio. Secondo loro non rispettavo le regole, volevo vedere Anna, non comunicavo. Per me, invece, il dopo era il dopo.
Il 23 febbraio ho salutato con un freddo “ciao”. Undici mesi sembravano cancellati dagli ultimi due. Il 24 febbraio ho salutato tutti con semplicità. Un abbraccio, un in bocca al lupo.
Arrivato a casa, dopo aver raccontato tutto a mio fratello Luca, mi sono seduto a fare colazione.
E per la prima volta dopo tanto tempo mi sono sentito bene.
Con pochi rimpianti.
E una forte voglia di ricominciare.
