Capitolo 8: Rientro a casa

Rientrato a casa, ho raccontato a mia madre, a mio fratello Alessandro e a sua moglie le motivazioni che mi hanno portato alla dimissione dalla comunità terapeutica.
Il primo consiglio è stato chiaro: evitare contatti con chiunque fosse stato mio compagno di avventura. Mio fratello mi ha suggerito persino di chiudere il rapporto con Mauro, persona a cui tengo molto, a causa del suo trascorso di dipendenza. Lui stesso aveva interrotto un’amicizia che gli ricordava la sua vecchia dipendenza da trading.

Quel paragone, però, non reggeva. Si trattava di un’amicizia superficiale, mentre con Mauro c’era qualcosa di più profondo. Avrei dovuto tagliare ogni legame con chi aveva un passato simile al mio? Non aveva senso.

Non ho ascoltato quel consiglio e ho contattato subito un paio di ex ospiti per sapere come stessero.

Restava aperta la questione Anna. Mi dispiaceva abbandonarla: aveva bisogno di qualcuno.
Degli operatori me ne mancavano alcuni. Ho provato ad aggiungerli su Facebook, ma non hanno accettato. Li capivo: per contratto non potevano.

Ho contattato subito Mauro, raccontandogli apertamente anche la mia situazione economica. Glielo dovevo avendo con lui un debito elevato.

Dopo un giorno di ambientamento, è arrivata la grande giornata dell’invio dei curriculum. Ho contattato il SerD per fissare un appuntamento con l’assistente sociale e lo psichiatra. Per la psicologa, purtroppo, c’era da aspettare fino a maggio.
Mi sono informato anche sui gruppi di auto-mutuo aiuto AMA.

Grazie alla legge 68/99, diverse aziende mi hanno contattato. Ho chiamato anche alcune palestre per informarmi sui corsi di pilates. Non si poteva dire che mi mancasse la voglia di ripartire.

In casa, però, la convivenza non era semplice. Mio padre mi coinvolgeva spesso per questioni legate all’uso del PC, cosa che mi dava fastidio. Gli ho chiesto gentilmente di rivolgersi agli altri fratelli: in quel periodo mi sentivo fragile. Lui diceva di volerlo fare per coinvolgermi, ma per me non era il momento giusto.

Mia madre, dopo l’operazione, stava meglio, anche se le sue ansie continuavano. Le ho detto apertamente che avrebbe dovuto abbassare il livello ansiogeno e si è persino messa a ridere. Quando ho scoperto che sarebbero rimasti da me ancora un mese, ho pensato: “O mio Dio”.

Ero molto propositivo. Un giorno sono uscito alle 8:30 per raggiungere a piedi, dall’altra parte della città, l’incontro con l’assistente sociale al SerD. Nel frattempo: farmacia, denuncia di smarrimento del passaporto, una capatina in radiologia, una visita a un’amica che lavorava in ospedale e una passeggiata al parco.

Con l’assistente sociale ho parlato per un’ora senza accorgermene. Le ho raccontato tutto: ciò che portavo di positivo e negativo dall’esperienza; la facciata; il piedistallo; la trasparenza; il disturbo alimentare; l’odio per il mio corpo; le gratificazioni; la comunicazione.
Quel pomeriggio mi sono anche preso cura di me: barba, capelli e maschera facciale.

La prima volta al gruppo AMA ho subito notato le analogie con i gruppi in comunità: facilitatori preparati, clima accogliente. C’erano due schieramenti evidenti: gli anziani legati a gratta e vinci e slot, e i più giovani con dipendenze 2.0 come roulette e scommesse sportive.

All’inizio pensavo che il mio attivismo fosse solo adrenalina post-dimissione. Dopo qualche giorno, però, sono emerse le difficoltà. Vivevo in un clima di ansia e controllo costante da parte dei miei genitori, che non uscivano mai, impedendomi di trovare un equilibrio.

La casa non era davvero mia. La mia abitazione veniva affittata a brevi periodi; quando era libera, potevo usare solo il letto. Il salone diventava lo studio di mio padre. Quando era occupata e c’era mio fratello, non sapevo nemmeno dove stare. Tutto veniva commentato e giudicato: sport, amicizie, cibo.

Una sera ho scoperto che potevo collegare il Bancomat a Google Pay e questo al conto online.
Boom. Il disastro.
Una ricaduta da 400 euro. Impossibile nasconderla: il conto era condiviso con i miei fratelli.

Il giorno dopo ho cercato di capire come muovermi. Mi sono confidato con Anna. La sera ho trovato il coraggio di dirlo a mia madre. Ha pianto, disperata. Poi si è calmata, mi ha abbracciato, ha cambiato la password del conto e ha preso il mio Bancomat.

Ho avvisato i miei fratelli con un lungo messaggio. Le risposte sono state dure: bloccare il conto era inutile, le mie erano solo scuse, avevo “rotto il cazzo”. Ci è voluto tempo prima che tornassero a parlarmi.

Da allora, però, tante cose sono cambiate.
Ho un lavoro a tempo indeterminato.
Sto pagando tutti i miei debiti.
Continuo a vedere i vecchi amici e a sentirne alcuni della comunità.
Faccio sport: calcetto e pilates.
Vado a lezioni di canto.
Vivo con 70 euro al mese in contanti, spese escluse, gestite dai miei fratelli.
Frequento i gruppi AMA e continuo il percorso con lo psicologo e lo psichiatra del SerD.

Il lavoro più grande, però, è quello interno: dare un nome e un volto alle emozioni.
E soprattutto, non gioco più.

Cerco di seguire il consiglio di Alessio: risposte nuove a problemi vecchi.

Il percorso è ancora lungo.
Ma continuo a lottare.

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Capitolo 7: Risposte nuove a vecchi problemi